venerdì 14 aprile 2017

Una vampata d’amore (1953)


di Ingmar Bergman

Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl - Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg.  Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell.

Una vampata d’amore - meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni - non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e  imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.
Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg), il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie - che rimpiange non per amore ma per la vita borghese - con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.
Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. La sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.
Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma - narrato in un breve flashback - per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.

lunedì 6 marzo 2017

Porcile (1968)

di Pier Paolo Pasolini 






Porcile è un film ancora più scomodo di Teorema - sempre sotto sequestro quando cominciano le riprese del nuovo lavoro - perché non si limita a un attacco antiborghese che proviene da un elemento esterno, ma descrive l'implosione della borghesia, la deflagrazione messa in atto dai suoi stessi membri, dai suoi figli ribelli e trasgressivi. Un film girato in economia, in poco più di un mese, ma forse il lavoro più lucido ed emblematico di tutta l’opera pasoliniana. Tratto da una tragedia in versi dello stesso autore, si compone di due episodi apparentemente diversi tra loro, ma uniti da una stessa valenza metaforica. Il primo episodio non fa parte dell'opera teatrale, viene girato nella Valle dell'Etna, ed è la storia di un cannibale (Clementi) che prima uccide il padre poi si spinge a vagare nel deserto, dove continua a mietere vittime, fa proseliti e si ciba di carne umana. Di fronte al patibolo non si pente. Tutt’altro: “Ho ucciso mio padre, mangiato carne umana, ma tremo di gioia”. Il secondo episodio racconta la storia di una famiglia borghese tedesca, il padre (Lionello) è un ricco imprenditore che si alleano con un altro capitalista (Tognazzi), ex criminale nazista, che conosce l'orribile e inconfessabile segreto del figlio: il suo unico amore sono i maiali.


Puro cinema di poesia, come dice Pasolini, pellicola dove ogni gesto è metafora, allegoria pura, ciò che conta non è la storia ma il significato e il significante. Un lavoro a tema, intellettualmente complesso, filosofico quanto grottesco, soffuso di straordinaria bellezza lirica, come nella sequenza del monologo di Julian (il figlio del borghese interpretato da Léaud), che parla del suo amore proibito senza citarlo. Il significato di Porcile sta tutto nella trasgressione, nella dimostrazione dell'assunto che i santi e i diversi, i non ortodossi, i disubbidienti, non fanno la storia, ma la subiscono, agiscono per sé, nella loro diversità, fino a morire vittime del loro non essere conformi, mai in linea con la massa. Sia il cannibale che il ragazzo muoiono sbranati ma in fondo felici nella loro lucida follia, perché hanno raggiunto quello che volevano: l'autodistruzione, unica via possibile in una società che ammette solo uniformità, devozione e obbedienza.


Viene da pensare, oggi, che Pasolini parlasse di se stesso, in questo apologo pervaso da un pessimismo cosmico e da una totale impossibilità di redenzione. Porcile è un film visionario che usa strumenti tipici della cinematografia di genere per esibire l'orrore, dimostrando che trasgredire non basta, non è sufficiente uccidere il padre - come Edipo - e ribellarsi, se la ribellione individuale non serve agli altri, non coinvolge la massa, se resta un atto di puro narcisismo.  Grandi interpreti per un film che tradisce la sua origine e vocazione teatrale, tra tutti Lionello e Tognazzi, nei panni di due laidi borghesi, soprattutto il secondo che resta impresso nell’immaginario grazie a un’inquietante sequenza finale.  Ferreri presta il suo volto a un’interpretazione abbastanza insolita nei anni di un amico di famiglia dell’imprenditore. Davoli è la purezza, il candore, l’ingenuità da ragazzino che porta un soffio di bontà e disperanza in un panorama gretto e arido.


Porcile esce con il consueto divieto ai minori riservato per i film di Pasolini,  viene distrutto dalla critica di destra ma anche da quella sinistra perbenista che non ha mai capito il nostro più grande intellettuale del Novecento. Pasolini si vendica organizzando una prima del film alternativa alla Mostra di Venezia, mostrandolo a pochi intimi, a Grado, dove sta girando Medea. Porcile è un film maturo e consapevole anche da un punto di vista tecnico, dotato di una fotografia originale, parti riprese con la macchina a mano, campi e controcampi teatrali, direzione degli attori discreta e senza intromissioni, montaggio parallelo delle due vicende, uso del silenzio (il primo episodio è quasi del tutto muto) in funzione poetica, paesaggi e campi lunghi superbi. Un film da rivedere, da studiare con attenzione per capire che esiste – ma non è dei nostri tempi - il buon cinema di progetto.

 


Regia: Pier Paolo Pasolini. Soggetto e Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini. Fotografia: Armando Nannuzzi (primo ep.), Tonino Delli Colli, Giuseppe Ruzzolini (secondo ep.). Costumi: Danilo Donati. Musica: Benedetto Ghiglia. Montaggio: Nino Baragli. Aiuti Regista: Sergio Citti, Fabio Garriba. Assistente ala regia. Sergio Elia. Produzione primo ep.: Giani Barcelloni Corte, BBG cin. srl. Produzione secodno ep.: Gian Vittorio Baldi, IDI Cinematografica (Roma), I Film dell'Orso, CAPAC Filmédis (Paris). Pellicola: Kodak. Colore: Eastmancolor. Esterni primo ep.: Valle dell'Etna (Catania), Roma. Secondo ep.: Verona, Stra, Villa Pisani. Durata: 98'. Prima ufficiale: Festival di Venezia, 30 agosto 1969.  Intrerpreti: Primo episodio - Pierre Clementi, Franco Citti, Luigi Barbini, Ninetto Davoli, Sergio Elia. Secondo episodio - Jean-Pierre Léaud, Alberto Lionello, Margherita Lozano (doppiata da Laura Betti), Anne Wiazemsky, Ugo Tognazzi, Marco Ferreri (doppiato da Mario Missiroli).


 
Il mio cinema, due volte a settimana, su Futuro Europa:
http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca

mercoledì 1 marzo 2017

Ciak, si spara



Nico Parente è un saggista cinematografico che conosco molto bene per aver pubblicato - con Il Foglio Letterario - L’esorcista e Mare blu morte bianca, due opere agili e informative, la prima sul famoso film di William Friedkin, la seconda sul fenomeno del cinema degli squali, apocrifi italiani compresi. Non solo. Parente è stato indispensabile anche per completare la corposa Storia del Cinema Horror Italiano in cinque volumi, perché il suo contributo alla parte sui giovani cineasti italiani (quinto volume) è fondamentale. Adesso lo scopro alla corte di Nicola Pesce, giovane e valente editore che fa cose egregie nel campo del fumetto (Jacovitti, Battaglia, Matteucci e chi più ne ha più ne metta) ma che non conoscevo come cultore di cinema. La prefazione è niente meno che del mio amico perduto Fabio Giovannini - perduto nel senso proustiano del termine, sono anni che non lo vedo e che non lo sento - vero esperto del cinema italiano (e non solo!), un autore dal quale tutti noi piccoli autori abbiamo imparato qualcosa. Il libro parte in quarta con la materia viva, da Romanzo criminale a Gomorra e Suburra, analizzando – come dice il sottotitolo - il crimine italiano sul grande e piccolo schermo. Vi confesso di non nutrire alcuna passione per Gomorra (il pessimo non romanzo di Saviano o la serie televisiva di Garrone non fa differenza), ancor meno per il pasticciato Suburra, ma di amare visceralmente il cinema di Caligari e il suo canto del cigno Non essere cattivo. Purtroppo Parente non ne parla, ma mi consolo con la Uno Bianca di Michele Soavi, passato in TV ai tempi dei veri sceneggiati, di cui sono stato un fan sfegatato. In ogni caso Parente ci conferma che i generi - come ai tempi del noir alla di Leo e del poliziottesco - siano cinematografici, politici o letterari, possono aiutare a riflettere sulla politica, sulla realtà, sulle condizioni sociali di un’epoca. E anche se in merito a Gomorra chi scrive ha un pensiero diametralmente opposto a quello di Parente, ritengo utile una pubblicazione che affronta temi e problemi messi in evidenza da Uno Bianca, Romanzo Criminale (film e serie), Gomorra (idem), Vallanzasca, Faccia d’angelo e Suburra. Edizione spartana, con il merito di un costo abbordabile, a imitazione Newton & Compton (mica c’è niente di male), molte foto in bianco e nero, un’intervista finale a Stefano Sollima. Un libro commerciale, visti i tempi, ma corretto. (Gordiano Lupi)


Il mio cinema, due volte a settimana, su Futuro Europa:
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