giovedì 4 gennaio 2018

Colpo di luna (1995)

di Alberto Simone










Regia: Alberto Simone. Soggetto e Sceneggiatura: Alberto Simone, Gioia Magrini, Dido Castelli. Fotografia: Roberto Benvenuti, Romolo Eucalitto. Montaggio: Enzo Meniconi Kohout. Musiche: Vittorio Cosma. Scenografia: Andrea Crisanti. Costumi: Beatrice Bordone, Luigi Bonanno. Produttore: Roberta Manfredi, Alessandro Olivieri. Paesi di Origine: Italia, Paesi Bassi. Durata: 86’. Genere: Drammatico. Interpreti: Tchéky Karyo, Nino Manfredi, Isabelle Pasco, Jim Van Der Woude, Johan Leysen, Mimmo Mancini, Paolo Sassanelli, Andrea Cagliesi, Davide Cincis, Barbara De Luzenberger, Andrea Giudici, Annelie Harrysson, Cinzia Mascolo, Vasco Mirandola, Daniela Rompietti, Anouschka Sarafzade, Anna Scaglione, Francesco Scali, Francesco Guzzo, Giacinto Ferro, Turi Scalia.


Colpo di luna è l’interessante opera prima di Alberto Simone - apprezzato da Nanni Moretti - presentata al Festival di Berlino, dove è stata premiata soltanto per la bravura del cast di contorno. A nostro parere ci sono molti aspetti che rendono la pellicola importante nell’asfittico quadro cinematografico dei nostri anni Novanta. Prima di tutto la tematica disagio mentale, affrontata con leggerezza e profondità, per non parlare di una delle ultime ottime interpretazioni di Nino Manfredi. In sintesi la trama. Lorenzo (Karyo, doppiato da Roberto Pedicini) torna in Sicilia dopo la morte della madre, nella casa della sua infanzia, che deve restaurare e vendere. Prende contato con Salvatore (Manfredi) che si presenta alla villa con due insoliti aiutanti che soffrono di turbe psicologiche. Lorenzo si rende conto che a casa di Salvatore si è insediata una vera e propria comunità diretta da uno psicologo (Leysen), che si prende cura di ragazzi affetti da disagi mentali. Salvatore ha un figlio schizofrenico (Mancini) che cura con affetto, nella consapevolezza che la sua assenza nel momento del bisogno ha aggravato la malattia mentale. La madre è morta nel darlo ala luce e Salvatore è tornato a casa dalla Germania - dove si trovava per lavoro - solo cinque anni dopo. Lorenzo è uno scienziato che si occupa di buchi neri e problematiche astrofisiche, in un primo tempo vorrebbe scappare e tornare prima possibile al suo lavoro, ma poco a poco si affeziona alla comunità, vive una sorta di rapporto sentimentale con Luisa (Pasco), comincia a curare i ragazzi e decide di restare. Perfetta l’interpretazione degli attori che si calano in maniera credibile nelle turbe psichiche che devono rappresentare, dopo lunghe fasi di studio a contatto con veri malati di mente, insieme al regista e agli autori. Il film è ben sceneggiato, a parte alcuni dialoghi un po’ retorici e diverse sequenze (ben fotografate) meramente calligrafiche. Il regista cita Il posto delle fragole di Ingmar Bergman con la tematica del ritorno a casa e della riscoperta dell’infanzia grazie alle cose che si rivedono con gli occhi nuovi dell’età adulta. Tra tutti è emblematico l’episodio dell’automobile di famiglia riscoperta nel garage e rimessa in sesto per spostarsi, che produce alcuni flashback di un Lorenzo bambino seduto nei sedili posteriori. Citato esplicitamente Il dormiglione di Woody Allen, sia nel contenuto che nel dialogo della poetica sequenza. Abbiamo il tema della diversità tra Sud e Nord, la vita che va sempre di fretta, presa troppo sul serio dai milanesi, contro il fatalismo meridionale e i tempi lenti della calda Sicilia. Nino Manfredi è straordinario - pur con il suo accento ciociaro -  come vecchio lavoratore siculo, ignorante ma tutto cuore, innamorato di suo figlio e della vita. Tchéky Karyo nei panni del protagonista sfoggia sempre la stessa espressione, non è il massimo della recitazione mimica, ma in definitiva compie con diligenza il suo dovere. Contributi comunitari alla realizzazione del film  per il tema portante prettamente sociale e per aver affrontato l’argomento disagio mentale con spirito didattico (e mai didascalico). Ottima la colonna sonora realizzata da Vittorio Cosma, che si avvale di alcuni pezzi classici e sinfonici.

Alberto Simone (Messina, 1956) gira nella sua Sicilia un’opera prima ispirata e compiuta, proviene da esperienze di psicologo e psicoterapeuta, quindi conosce bene il tema di cui parla. Candidato al David di Donatello come miglior regista esordiente, ha la sfortuna di incontrare sulla sua strada uno straordinario Paolo Virzì. Produce Dauphin Film Company, fondata insieme alla moglie Roberta Manfredi (figlia di Nino), mentre il suocero collabora come attore in un ruolo che gli calza a pennello. Globo d’Oro alla migliore opera prima, assegnato dalla stampa estera. Simone non ha più girato niente per il cinema, ma ha cominciato una proficua attività come regista televisivo e sceneggiatore Rai. Ricordiamo tra i molti lavori realizzati nei due ruoli: Linda e il brigadiere (2000), Una storia qualunque (2000) - sempre con Nino Manfredi protagonista -, Un difetto di famiglia (2002), Le ragioni del cuore (2002), In nome del figlio (2008), Il commissario Manara (2009 - 2011), L’ultimo papa re (2013).

lunedì 27 novembre 2017

Venni, vidi e m'arrapaho (1984)


di Vincenzo Salviani


Regia: Vincenzo Salviani. Soggetto: Vincenzo Salviani. Sceneggiatura. Mario Bianchi, Vincenzo Salviani. Fotografia: Franco Campanile. Aiuto Regia: Mario Bianchi. Ispettore di Produzione: Alessandra Spagnuolo. Musiche: Claudio Natili, Silvia Subelli. Edizioni Musicali: Golden Grape sas. Oganizzazione Generale: Gilberto Galimberti. Colore: Augustus Color. Fonico: Antonio Pantano. Trucco: Massimiliano Lucci. Canzoni: Come sarà, Monica, Domenica svortamo, Fever (cantano Gli Arrapathis), Papà uh! Mamma, Il cielo in una stanza (cantano I Milk and Coffe), Luna donna luna (Roby Vandalo), Questo sentimento (Santarosa), La canzone del cacchio (Edoardo Terzo), I Belive (Gli Any Way), Che domenica (I Pom), Ho bisogno di te (I Romans), And I Say (Betty Elso), Bamboline bamboline (Roby Vandalo). Produzione: Samacor Cinematografica srl, Mondial Baia Cinematografica srl. Interpreti: Giziana Spatrisano, Alessandro Cerquetti, Athena Minglis, Giancarlo Capo, Daniela Andriolo, Luciano Pinna. Cecilia Oliva, Maurizio Argentieri, Edoardo Terzo.


Vincenzo Salviani si occupa di cinema dalla fine degli anni Sessanta, rivestendo svariati ruoli legati alla produzione (ispettore, direttore), fino a diventare lui stesso produttore (1974). Non lascia capolavori, ma onesto artigianato, molti film girati da Fernando di Leo lo vedono segretario di produzione (Brucia ragazzo brucia, Amarsi male, I ragazzi del massacro, Il boss), ruolo che ricopre anche in Acquasanta Joe di Mario Gariazzo. Direttore di produzione per Sedicianni e Lo stallone, due erotico - campagnoli di Tiziano Longo. Ancora cinema di Fernando di Leo come ispettore di produzione: La bestia uccide a sangue freddo, Milano calibro 9, La mala ordina. Ma anche Ku fu? Dalla Sicilia con furore di Nando Cicero, L’ultima chance di Maurizio Lucidi, La governante di Gianni Grimaldi, Madeleine… anatomia di un incubo di Roberto Mauri, Il testimone deve tacere di Gianni Rosati, Il venditore di palloncini di Mario Gariazzo e Yuppi Du di Adriano Celentano. Produttore de La profanazione di Tiziano Longo, Ondata di piacere di Ruggero Deodato, L’avvocato della mala di Vincenzo Marras, Uomini si nasce poliziotti si muore di Ruggero Deodato (anche soggetto), Voglia di donna di Franco Bottari, Malizia erotica di Larraz, La moglie dell’amico è sempre più buona di Bosch Palau (anche soggetto e sceneggiatura), Il carabiniere di Silvio Amadio, Il miele del diavolo di Lucio Fulci (anche soggetto e sceneggiatura).


Vincenzo Salviani firma tre titoli da regista, legati da un comune denominatore, sono tutti dimenticabili: la sceneggiata napoletana Pover’ammore (1981), interpretata da Rosa Fumetto e Carmelo Zappulla; Venni, vidi e m’arrapaho (1984), che abbiamo rivisto; l’erotico patinato Sogno proibito (1988), interpretato da Brett Halsey.



Venni, vidi e m’arrapaho resta il suo film di culto, se non altro per l’originalità, per il livello di trash inconsapevole di cui è pervaso, composto com’è da un mix informe di commedia sexy, musicarello, giovanilistico, disco - movie, scritto a pura imitazione di modelli d’oltreoceano come La febbre del sabato sera, Flashdance e Porkys. Salviani dirige (piuttosto male) un gruppo di attori scalcinati - quattro ragazzi e quattro ragazze - pedinandoli nel loro quotidiano (ma Zavattini non c’entra per niente!) fatto di gare di motocross, scherzi feroci, prove musicali, amoreggiamenti vari con fidanzate e con una prostituta amante del pesce, esibizioni in palestra, furtive occhiate a ragazzine che si spogliano e fanno la doccia in palestra. Il film è tutto qui, forse le parti più divertenti sono le canzoncine trash che vanno dalla ritmata Donna luna alla volgarissima Come sarà, che indaga il tormentato io giovanile degli anni ottanta, alla perenne ricerca di una donna, basta che respiri. Il soggetto è composto da una serie di gag stiracchiate che ricordano il barzelletta - movie, raramente strappano il sorriso, come nel caso della lite tra pescivendoli al mercato che serve ai ragazzi per rimediare il pesce con cui pagare la prostituta e il noleggio degli strumenti musicali. Mario Bianchi aiuta sia in fase di sceneggiatura e che di regia, la sua mano greve si nota in più di una situazione, soprattutto nelle numerose citazioni della commedia sexy, ormai scaduta a livelli infimi. Molta discoteca anni Ottanta, con i lenti quando si abbassano le luci, tanta musica stile Bee Gees, ma pure citazioni da Flashdance con alcuni numeri di ballo in una scuola di danza diretta da un istruttore gay (che si chiama Proci). 


Il tempo delle mele non può mancare, a livello di citazione volgare, così come non si scordano citazioni di citazioni, opere - certo non fondamentali - come Brillantina Rock e John Travolto… da un insolito destino. Non dimentichiamo la citazione del titolo: Arrapaho, dei mitici Squallor, che pure non c'entra niente. Un film senza una vera e propria trama, che si segue solo per vedere dove il regista voglia andare a parare. Da nessuna parte, in fondo, ché tutto pare improvvisato, scritto sequenza dopo sequenza, fino alla gara canora durante la quale Edoardo Terzo ci serve come piatto forte il suo celebre samba del cazzo e i nostri Arrapathis ci regalano una spudorata imitazione di Reality. Ma il meglio da un punto di vista canoro è già passato, cose da musical triviale girato tra Villa Adriana e Villa d’Este, ma pure per le vie di Roma, tra i monumenti più famosi, cantando Domenica svortamo, perché lei me la darà, oppure Monica in napoletano, che termina con un vaffanculo rivolto alla ragazza. Un film che sembra una raccolta di videoclip senza senso, sceneggiati usando un collante invisibile, che in fondo si rivede volentieri per rimpiangere un tempo in cui il vitale cinema italiano passava da un capolavoro diretto da Mario Monicelli a una stronzata galattica di Vincenzo Salviani, senza soluzione di continuità. Non ci crederete, ma entrambi i film si vedevano in sala. (Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi).

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venerdì 20 ottobre 2017

Riposa in pace, Maestro



Muore all’età di 86 anni Umberto Lenzi (Massa Marittima, 6 agosto 1931 - Roma, 19 ottobre 2017) , un regista del quale non posso dire di essere stato amico, perché anni fa avevo deciso di scrivere un libro sul suo cinema e dopo alcuni approcci e dichiarazioni rilasciate in esclusiva, la cosa finì male, per alcune incomprensioni. Non ci siamo più parlati e - per mia ripicca - ogni volta che lui è venuto a Massa Marittima e a Piombino non sono mai andato a sentirlo. Forse ho sbagliato, perché - nonostante il caratteraccio, difetto che in fondo ci accomuna - era un grande regista, uno che sapeva fare il cinema di genere.  Lenzi si è avvicinato al cinema horror negli anni Ottanta, dopo aver sperimentato gli altri generi popolari come l’avventuroso, il peplum, lo storico, il thriller erotico, il poliziottesco, i Tomas Milian movie, un fumetto movie come Kriminal e persino il sottogenere cannibalico. Non possiamo dire che l’horror sia stato il genere preferito dal regista massetano, ma è anche vero che una volta cominciato a fare cinema de paura ha continuato per oltre un decennio con ottimi risultati.  Se confiniamo i cannibal movie nel sottogenere che contamina horror e avventuroso, dobbiamo dire che il primo horror puro di Lenzi è Incubo sulla città contaminata (1980). Il regista mi disse che questo film gli fu proposto come una classica pellicola di zombi, ma lui la trasformò in  un horror ecologico, imperniato su una contaminazione nucleare che trasforma le persone in creature mostruose bisognose di sangue per sopravvivere. “La sceneggiatura di Incubo era una vera schifezza e io la dovetti rielaborare per intero” mi disse Lenzi. 

Per leggere il resto del pezzo vi invito a collegarvi con Futuro Europa, dove tengo una rubrica di cinema italiano: http://www.futuro-europa.it/25173/cultura/scompare-umberto-lenzi-maestro-del-cinema-genere.html

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sabato 14 ottobre 2017

Pierino contro tutti!



A breve in libreria il primo e unico saggio mai scritto in Italia sulle commedie cinematografiche di Pierino

Pierino è il bambino terribile delle nostre barzellette, noto anche in America Latina, dove viene chiamato Pepito, ma le caratteristiche non cambiano: irriverenza, volgarità, trasgressione, ilarità e sboccataggine. Noi vogliamo parlare solo del Pierino cinematografico, geniale intuizione di Marino Girolami, Gianfranco Clerici e Vincenzo Mannino che produsse sequel, apocrifi, film per la televisione, progetti mai realizzati, idee bruciate sul nascere e persino alcuni film invisibili, vero e proprio incubo dei fan. I film della serie regolare – interpretata da Alvaro Vitali – sono tre: Pierino contro tutti (1980) e Pierino colpisce ancora (1982), diretti da Marino Girolami, mentre il tardo sequel Pierino torna a scuola (1990) è firmato da Mariano Laurenti. Pierino contro tutti fa registrare tra gli otto e i nove miliardi d’incasso (al tempo il biglietto costava 4.000 lire), un successo clamoroso che produce una ridda di imitazioni prima che Girolami possa girare il sequel autorizzato. Chi ha inventato Vitali nei panni di Pierino? Pare che persino Federico Fellini (diresse Vitali sul set di Amarcord) vedesse bene il piccolo attore romano nei panni di Pierino, ma è logico affermare che l’idea fu di Clerici e Girolami, non è lecito sapere quanto sia da imputare al primo e quanto al secondo, ma una cosa è certa: Alvaro Vitali ha le phisique du rôle per interpretare il bambino pestifero delle barzellette. Una mise che non cambia mai: cappello azzurro, fiocco rosso, pantaloni corti, scarpe da tennis, maglioncino senza maniche… risata irriverente, battute salaci, ripetitività della mimica e un immancabile epiteto conclusivo: col fischio o senza?

L’AUTORE: Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Traduce ispanici, si occupa di cultura cubana e scrive di cinema italiano. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo: una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. I suoi romanzi Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino (Acar, 2014), e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano, sono stati presentati al Premio Strega. Per Sensoinverso è uscito il suo saggio Storia della commedia sexy all’italiana. Da Sergio Martino a Nello Rossati. Blog di cinema: La Cineteca di Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.it/). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

Autore: Gordiano Lupi
Titolo: PIERINO CONTRO TUTTI. L’eroe popolare delle barzellette: analisi di un fenomeno cinematografico e di costume.
ISBN: 9788867933433
Collana: ItaliaNascosta
Pag. 60
Prezzo: € 12,00
Link sito ufficiale:

domenica 24 settembre 2017

Profondo Rosso


Giovanni Modica

Dario Argento e Profondo Rosso

Profondo Rosso – Pag. 384 – Euro 24,90


Profondo rosso (1975) è il film più importante di Dario Argento, il suo lavoro indimenticabile che ne decreta il successo imperituro. Non siamo ancora nell’horror puro, ma in una cornice gialla classica, contaminata da penetranti elementi macabri. La parte orrorifica prende il sopravvento sin dalle prime sequenze in un teatro, che vedono la sensitiva Helga Ullman (Macha Meril) avvertire la presenza in sala di un omicida e quindi finire massacrata nel camerino. Marcus Daly, un pianista inglese (David Hemmings) indaga insieme alla giornalista Gianna Brezzi (Daria Nicolodi) ed entrambi vengono coinvolti in una spirale interminabile di omicidi. Profondo rosso è un film talmente noto che pare inutile raccontare la trama, anche perché sono stati scritti saggi ponderosi e approfonditi sulla pellicola. Giovanni Modica, invece, con la collaborazione di Luigi Cozzi, non solo non lo reputa inutile, ma dedica al film ben 384 pagine, facendo scomparire il vostro modesto saggista che nella sua sintetica storia del cinema horror italiano ha scritto sul film in questione soltanto una pagina e mezza. In questo libro edito dal negozio di Dario Argento, diretto da Luigi Cozzi - una vita dedicata alla celebrazione di un Maestro che purtroppo non è più così grande - troverete pane per i vostri denti, appagherete ogni curiosità e sazierete la vostra fame di curiosità cinefile. Io posso solo dire che Profondo rosso fa da spartiacque tra il thriller puro e l’horror, segnando la nuova strada di Dario Argento, sempre più in preda a una fantasia macabra e visionaria. L’elemento paranormale è presente, così come incontriamo ambientazioni gotiche e momenti surreali scanditi da apparizioni di pupazzi meccanici. L’estetica dell’omicidio viene perfezionata secondo la lezione di Mario Bava, ma sarà presa a modello anche da autori statunitensi come John Carpenter e Rick Rosenthal nella saga Halloween (1978 - 81). Il merito della sceneggiatura ricca di suspense va diviso tra il regista e Bernardino Zapponi, che inseriscono in una storia gialla elementi macabri e momenti di puro terrore. Funziona tutto, persino la colonna sonora dei Goblin che ha fatto epoca, ma - se vogliamo trovare un difetto - non sono il massimo certi dialoghi impostati e alcuni personaggi monodimensionali. Ottimi i due protagonisti, bene Clara Calamai, Eros Pagni e Gabriele Lavia, che regalano caratterizzazioni memorabili. Un finale a sorpresa mostra il killer riflesso nello specchio del corridoio come se fosse un orribile dipinto, un grande colpo di genio, intriso di fantasia surrealista. Profondo rosso è stato uno dei film più amati degli anni Settanta e il suo successo è ancora ammantato da un alone di leggenda. Giovanni Modica si fa introdurre da Fabio Giovannini, un argentofilo della prima ora, mentre lascia la parola al Maestro in un capitolo finale, inserendo un’intervista datata 2002 che argento aveva concesso a Federico Patrizi. Capitolo dopo capitolo viviseziona il film, dalla scheda tecnica alla scenografia, passando per trama, genesi, soggetto, sceneggiatura, ispirazioni letterarie, attori, locationes, fotografia, montaggio, vecchie recensioni, considerazioni critiche, film e autori che si sono ispirati ad Argento. Invano il vostro povero recensore ha cercato il suo nome tra chi si è occupato di horror italiano e nella fattispecie di Dario Argento. Non l’ha trovato. Peccato di presunzione, certo, ma in fondo gli autori citati in bibliografia sono talmente grandi che il mio piccolo nome di provincia avrebbe stonato. Profondo rosso è un testo fondamentale per capire il cinema  del Maestro dell’horror italiano, un libro che un amante della sintesi e dello stile divulgativo come me non avrebbe neppure concepito di scrivere. Perfetto, invece, per chi non si accontenta. Una cosa da stigmatizzare - comune a tutti i libri della Profondo Rosso - è il prezzo civetta: 24,90. Mica poco in questi tempi di crisi…

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