mercoledì 16 novembre 2016

Le trasgressioni di Gualtiero Jacopetti





Gualtiero Jacopetti è un toscano della Garfagnana, nasce nel 1919 a Barga, paese caro a Giovanni Pascoli che lo immortalò definendolo con magici versi il suo “cantuccio d’ombra romita”. Jacopetti intraprende la carriera militare, combatte nella seconda guerra mondiale come ufficiale di collegamento ed è collaboratore del controspionaggio americano. Finita la guerra fa il propagandista per la Democrazia Cristiana e con la sua azione contribuisce alla vittoria nel referendum sul blocco socialcomunista alle elezioni politiche del 1948. Nel primo dopoguerra, su consiglio e raccomandazione dell’amico Indro Montanelli, si dà al giornalismo e scrive articoli di costume  e attualità su Oggi, Il Corriere della Sera e La Settimana Incom. Per il giornale di via Solferino fa l’inviato speciale, alla Settimana Incom è capo redattore, infine fonda e dirige il settimanale Cronache. I primi contatti di Jacopetti con il mondo delle immagini avvengono nel 1950 e riguardano i commenti sonori del cinegiornale Settimana Incom e della rubrica televisiva Cineselezione.


La vita di Jacopetti pare orientata a grandi successi nel mondo del giornalismo, ma la sua vita privata desta scalpore e attenzione da parte dei media per le continue conquiste femminili. Jacopetti è un tipo interessante che piace alle donne e lui ne è consapevole, tanto che gioca molto sulla sua fama di rubacuori. Nel febbraio del 1955 uno scandalo sessuale porta Jacopetti alla ribalta delle cronache e lo travolge. La giovane zingara Jolanda Kalderas, una ragazzina di appena dodici anni, accusa Jacopetti e il suo amico Pier Luigi Buzzetti di averla portata in un appartamento di via San Giovanni Decollato per violentarla in presenza di una giovane donna. L’identità della donna che osserva l’episodio di violenza resta avvolta nel mistero e la fantasia dei giornalisti si sbizzarrisce per dare un nome a quella che venne indicata come Annie (o Anny). Pare che sia lei a organizzare tutto e alcuni media indicano diversi nomi di ragazze della Roma -bene ma non si scopre niente di certo. Il reato di violenza carnale è perseguibile solo su querela da parte dei genitori della minorenne, ma la giustizia indaga ugualmente. Jacopetti e Buzzetti sono accusati di violenza carnale e ratto a scopo di libidine.


In un primo tempo i due si danno alla latitanza per far affievolire lo scandalo, ma un mese dopo Jacopetti compare davanti al Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, Mario Bruno, per rispondere alle accuse. A questo punto Jacopetti si mette alla ricerca dei genitori della ragazzina e tenta di chiudere lo scandalo in maniera stragiudiziale. La madre sarebbe d’accordo a sistemare tutto con un congruo assegno, ma per fermare la macchina processuale serve il parere favorevole del padre che pare introvabile. Domenico Kalderas forse è in galera o forse è morto, nessuno può saperlo. Jacopetti, disperato ma deciso a risolvere il grave problema, alla fine lo rintraccia a Mirandola presso una carovana di zingari. Jacopetti e il padre della ragazza vanno a cena insieme, corrono soldi e promesse, alla fine il Kalderas decide di ritirare ogni denuncia. Non va tutto bene, però. Polizia e carabinieri sono ancora sulle tracce di Jacopetti che viene arrestato al termine della cena insieme al padre della ragazza. Il giornalista esibisce la dichiarazione autografa dei genitori, sostiene che ogni accusa è decaduta, ma la polizia non sente ragioni e Jacopetti viene tradotto in carcere.


Jacopetti e Kalderas trascorrono un breve periodo a Regina Coeli, il padre della zingara ritratta la dichiarazione firmata e si decide a inoltrare la querela di parte che innesca l’azione penale contro il giornalista. C’è il sospetto che lo zingaro venga obbligato da qualcuno ma è impossibile sapere la verità. Fatto sta che Jacopetti si trova con le spalle al muro e l’unica via d’uscita concessa dalla legislazione del tempo è un matrimonio riparatore. Il giornalista paga una forte somma alla famiglia a titolo di risarcimento danni (un milione di lire) ed è costretto a sposare la ragazzina violentata in un clima da commedia all’italiana. Le nozze vengono celebrate nella prigione di Regina Coeli e sono una farsa perché subito dopo la cerimonia la sposa rientra nella tribù zingara e Jacopetti presenta domanda per ottenere l’annullamento. Lo scandalo travolge la popolarità di Jacopetti e provoca la chiusura del settimanale Cronache, un giornale liberale considerato precursore de L’Espresso, tra i primi in Italia a parlare di divorzio.


Jacopetti sfoga tutta la sua acrimonia nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine nel libro Lettera aperta al Procuratore Generale. Il libro colpisce nel segno ma per Jacopetti ci sono ancora guai giudiziari sotto forma di reati commessi a mezzo stampa e per nuovi atti di libidine su minori. Il giornalista viene accusato di aver tentato di rimorchiare due ragazzine incontrate al Luna Park. Jacopetti è definito un soggetto socialmente pericoloso, viene diffidato a tenere una condotta irreprensibile se non vuole incorrere nella libertà vigilata e addirittura nel confino di polizia. Jacopetti è sconcertato, soprattutto per le ammonizioni che riguardano le cose scritte nel libro che fanno pur sempre parte della libertà di espressione. La sua condotta morale e la passione per le ragazzine saranno una costante della sua vita, croce e delizia di un’esistenza spesso sofferta (1).


Jacopetti, su consiglio dell’editore Rizzoli, abbandona la carta stampata e fonda il cinegiornale settimanale Europeo Ciak che resiste dal 1956 al 1959 con un tipico taglio anticonformista e irriverente, soprattutto verso i politici. La censura si scatena contro lo stile di Jacopetti che non si assoggetta a nessun tipo di servilismo e di retorica. Pier Francesco Pingitore e Mino Argentieri si ribellano al suo modo di fare giornalismo per immagini e cercano di screditare la figura dell’uomo per sminuirne l’opera. Jacopetti va avanti per la sua strada, per tre anni seduce il pubblico con la sua critica irriverente e a tratti qualunquista, ma sempre originale e frizzante. Ieri, oggi e domani è un altro cinegiornale prodotto da Jacopetti per conto dell’editore Rizzoli che ricalca la solita formula.


Gualtiero Jacopetti resta nella storia del nostro cinema bis come inventore dei mondo movies, ma prima di passare alla macchina da presa il giornalista cura i commenti di Europa di notte di Alessandro Blasetti (1959), Il mondo di notte di Luigi Vanzi (1960), L’America vista da un francese di Françoise Reichenbach (1960) e Che gioia vivere! Di René Clement (1961). Da queste collaborazioni viene fuori la sua intuizione di un cinegiornale sugli orrori e le storture di un mondo che sta cambiando. Franco Prosperi accoglie l’idea di Jacopetti con entusiasmo e subito viene composta una squadra di quattro persone che gira il mondo a caccia di immagini interessanti. I testi sono scritti da Jacopetti che gira le immagini e le monta, mentre Prosperi partecipa in prima persona alle riprese e alla scelta di location e argomenti. Vengono fuori due documentari che ancora oggi sono considerati cinema di culto: Mondo cane e La donna nel mondo. Gualtiero Jacopetti durante la lavorazione di questi documentari non viene meno alla sua fama di depravato e viene accusato di atti contro la morale e tentata violenza carnale nei confronti di tre bambine di undici anni. Nell’estate del 1960 Jacopetti è condannato dal tribunale di Hong Kong a tre mesi di reclusione. Mario Castellacci - a proposito della condanna di Jacopetti - scrive su Lo Specchio un sonetto irriverente che comincia così: “Mondo cane! gridava Gualtiero,/ stavolta m’ingabbiano davvero”.


Finita la condanna Jacopetti termina le riprese de La donna nel mondo e subisce un dramma personale che lo segna per lungo tempo. Nel 1961, a causa di un incidente d’auto in California muore Belinda Lee, affascinante attrice americana che da qualche anno è sua compagna di vita. Jacopetti se la cava con una frattura alla gamba e per un po’ di tempo deve camminare con un bastone. Mondo cane esce in Italia nel 1962 ed è preceduto dalle polemiche sulle vicende penali di Jacopetti e dalle leggende metropolitane in merito alla vita dissoluta che il regista avrebbe condotto in Africa e in Oriente. L’incasso di Mondo cane è fantastico, pure perché il film è interessante e rappresenta una novità nel panorama della documentaristica italiana. La colonna sonora di Riz Ortolani (lo stesso autore di Cannibal Holocaust) è una delle componenti che contribuisce a valorizzare il film. Lo stile di Jacopetti è fatto di un continuo alternarsi di immagini efferate e paradisiache, di cazzottate nello stomaco e di momenti sentimentali, di violenza e dolcezza, di riflessioni sulla vita che cambia e commenti pseudo razzisti. Il montaggio è serrato, la fotografia azzeccata, le locationes suggestive, l’idea in sé molto originale. Il successo porta Jacopetti a realizzare subito dopo Mondo cane 2 con gli scarti del primo film, inaugurando una tendenza italiana al recupero che farà la gioia di cineasti come Joe D’Amato.


I tre documentari di Jacopetti sono un trionfo al botteghino e rappresentano i maggiori successi di incasso del periodo 1962 - 63. Solo i critici non sono d’accordo e accolgono con sonore stroncature i documentari di Jacopetti e Prosperi così amati dal pubblico. Il critico de Il Borghese, giornale culturale di destra, Claudio Quarantotto rappresenta un’eccezione alla regola e apprezza i film di Jacopetti proprio per la crudeltà, il sadismo, la necrofilia che vengono ben rappresentati sul grande schermo. Ovvio che la censura si accanisce alla grande sia su Mondo cane che su Mondo cane 2 alleggerendoli di qualche metro. Va peggio a La donna nel mondo che viene bocciato in prima istanza e riesce a uscire nelle sale solo grazie ai contatti influenti di Angelo Rizzoli.


Gualtiero Jacopetti non si ferma e insiste sulla linea del documentario con nuovi prodotti come Africa addio, un affresco sui cambiamenti del continente africano in odore di razzismo strisciante e commentato da un testo di indubbio cattivo gusto. Il film si ricorda per alcuni passi che documentano la turbolenta situazione politica africana con fucilazioni e stragi riprese in diretta. Carlo Gregoretti, presente sul posto durante le riprese, accusa Jacopetti di aver partecipato alle azioni militari in Congo e di aver ripreso dal vivo le feroci esecuzioni sommarie. Nuovi guai giudiziari si profilano all’orizzonte del regista e la magistratura italiana apre un procedimento d’ufficio per stabilire la verità. L’accusa è concorso in omicidio e riguarda non solo Jacopetti ma anche il direttore della fotografia Antonio Climati e l’organizzatore generale Stanis Nievo. Il regista si difende querelando Gregoretti e il settimanale L’Espresso che ha pubblicato l’articolo per il reato di diffamazione a mezzo stampa. La battaglia giudiziaria porta incassi al film che è ancora una volta campione al botteghino, pure se la pellicola viene prima definita dalla critica come fascista, razzista, ignobile e poi finisce nelle aule dei tribunali. Se ne occupa persino il parlamento con l’interrogazione del democristiano Salvatore Foderaro, che pone l’accento sull’inopportunità che continui a circolare per le sale italiane un prodotto che reca solo discredito al continente africano. Il Ministro del Turismo e dello Spettacolo, il socialista Achille Corona, nell’agosto del 1966 a Taormina rifiuta addirittura di consegnare un premio assegnato ad Africa addio.


La Rai Tv non manda in onda la telecronaca del premio e non fa parola dell’avvenimento. Si scatena una difesa da destra di Gualtiero Jacopetti contro le angherie  e le censure della televisione di Stato ed è per questo motivo che il regista si costruisce la fama di uomo di destra. Di fatto solo la destra lo accoglie nelle sue riviste e solo la critica di destra elogia i prodotti cinematografici di Jacopetti come “emozioni proibite realizzate con cura estrema e cinica freddezza”.


Jacopetti e Prosperi lavorano a La vita è bella (1968), un quadro della civiltà contemporanea secondo la loro particolare ottica sensazionalista, ma l’opera resta incompiuta e il progetto provvisoriamente abbandonato. Il successivo documentario, Addio zio Tom, invece scatena ancora polemiche e porta di nuovo alla ribalta la coppia Jacopetti - Prosperi. Il film viene presentato come un lavoro dalla parte dei negri americani che, morto Martin Luther King, pretendono di avere un loro ruolo nella società. In realtà il documentario parla dello schiavismo in termini quasi elogiativi e nostalgici. Viene idealizzato il rapporto stretto tra  padrone e schiavo e il negro è dipinto come un essere nato per servire il bianco che lo tratta bene e lo considera come un oggetto di sua proprietà. Le accuse di razzismo sono avvalorate anche da un commento sonoro fastidioso che accentua ancora di più il senso di inutilità della pellicola. Jacopetti, Prosperi e Luciano Cirri in questo periodo realizzano anche lo spettacolo di cabaret Occidente, good-by, un’opera satirica che riprende le tematiche di Addio zio Tom.


Nello spettacolo le affermazioni razziste e qualunquiste si sprecano e vanno dai negri che vogliono un’ecatombe bianca, ai contestatori da quattro soldi, per arrivare ai nuovi preti non violenti e ai negri visti come razzisti al cioccolato. Addio zio Tom è girato negli Stati Uniti e ad Haiti utilizzando comparse prese dalla strada messe a disposizione dal dittatore Papa Doc. Il film è indubbiamente di destra e segue il filo conduttore del finto reportage cercando di raccontare l’epopea dei neri d’America secondo l’ottica dei bianchi più razzisti. Il film ha alcune scene di vero e proprio culto per gli esteti del trash come la sequenza della serva adolescente che vede la sua verginità come un ostacolo alla possibilità di servire i padroni e implora verso la macchina da presa che qualcuno gli “facesse lo servizio” per poter poi tornare dal bianco che l’ha rifiutata. Molto trash anche la scena della castrazione tramite tenaglie di uno schiavo che urla “No i palli no!” e che la folla del suo stesso colore apostrofa, dopo che il malcapitato se l’è fatta sotto per il terrore, “Ha pisciasse, c’ha paura, ha pisciasse!”. Per non parlare della scena della “purificazione anale” tramite clistere dove tutti gli schiavi soffrono per la rozzezza della pratica tranne uno, che sorride beato alla macchina da presa. Pure lo slang con cui parlano i negri è patetico.


Addio zio Tom esce nel 1971 e viene stroncato un po’ ovunque, questa volta abbastanza giustamente perché si tratta del peggior film di Jacopetti, il più falso e ideologicamente scorretto che abbia mai girato. Pure il pubblico tradisce il regista e diserta le sale anche perché il momento d’oro dei mondo movies sta finendo. Nuovi guai giudiziari per Jacopetti che si vede sequestrare il film dalla magistratura perché “contrario al buon costume e al sentimento etico e sociale per le frequenti scene di volgare sessualità, per la esasperata rappresentazione dell’odio razziale e per le tragiche e sanguinose stragi che la lotta razziale determina nella struttura dello spettacolo”. Il dissequestro di Addio zio Tom avviene poco dopo con una motivazione che lo riconosce come “opera d’arte”, ma sono gli autori che lo ritirano dalle sale e decidono di rimontarlo. Jacopetti e Prosperi pensano che la prima versione è risultata poco chiara agli spettatori e quindi inseriscono un nuovo commento di uno speaker che spiega antefatti storici e dà informazioni utili. Nel 1972 esce una nuova versione del film tagliata di ventotto minuti rispetto alla precedente e intitolata Zio Tom. Questa volta il pubblico risponde abbastanza bene, pure se non si toccano le vette di incassi dei primi mondo movies. L’unica cosa negativa è l’accusa di plagio da parte di uno scrittore francese, plagio relativo solo al titolo e per questo viene comminata una parziale condanna al risarcimento. 


La coppia Prosperi - Jacopetti, dopo il parziale insuccesso di Addio zio Tom, riprende in mano il vecchio progetto de La vita è bella e ne ricavano un film a soggetto al quale collabora anche il giornalista Claudio Quarantotto. Il film esce nel 1975 con il titolo di Mondo Candido, perché ispirato al Candido di Voltaire, e passa in rassegna una serie di atrocità commesse dal genere umano che vanno dall’inquisizione alle ingiustizie del nuovo mondo, per arrivare alle guerre civili irlandesi e al conflitto arabo-israeliano. Ma il film si occupa pure della perdita della verginità, dell’innocenza, della fine delle ideologie e della caduta delle illusioni. Il quadro deprimente che ne esce fuori è pessimista e sconcertante, rappresenta una visione del mondo cupa e nichilista che il pubblico non apprezza. Mondo Candido viene punito da critica e botteghino che decretano la fine della carriera di Jacopetti e il definitivo tramonto dei prodotti stile mondo movies.


Gualtiero Jacopetti torna alla ribalta delle cronache alla fine del 1975 quando partecipa a una “Costituente di Destra” insieme a Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese,  che si propone alle elezioni per costituire uno schieramento conservatore a destra della Democrazia Cristiana. La costituente raduna uomini di spettacolo come Gianni Manera, Nino Segurini, Gianni Solaro e Gualtiero Jacopetti entra nel Comitato di Presidenza. Il movimento politico ha vita breve e Jacopetti comprende che nell’Italia di fine anni Settanta c’è ben poco spazio a destra di Democrazia Cristiana e che quel poco è ricoperto dal Movimento Sociale Italiano. Il nuovo movimento subisce una bruciante sconfitta nelle elezioni politiche del 1976 proprio per la sua natura neofascista che viene giudicata pericolosa dagli elettori. Il posto della “Costituente  di Destra per la libertà” è preso da Democrazia Nazionale, che si fonde con il Movimento Sociale e vede tra i suoi attivisti Gualtiero Jacopetti. Negli anni Ottanta il regista torna a occuparsi di giornalismo e collabora a Il Giornale dell’amico Montanelli come inviato speciale nelle zone calde del pianeta.


Il cinema di Jacopetti è oggi al centro di una globale rivalutazione e riscoperta. L’inventore del mondo movie, del “documentario scandalistico violento e scioccante, che con immagini di inusitato verismo, crudeli e sadiche, tende  a impressionare lo spettatore rivelandogli aspetti sconosciuti di riti e usanze proprie di numerose popolazioni” (R. Poppi “Dizionario del Cinema Italiano - I registi - Gremese, 1993). Gualtiero Jacopetti passa alla storia del cinema anche con la nome del grande mistificatore perché avrebbe costruito sul set false sequenze documentarie. L’accusa è confortata da testimonianze di suoi collaboratori diretti ma non è stata mai del tutto provata (2).
 
 
Riferimenti bibliografici
 
(1) Per le vicissitudini giudiziarie di Gualtiero Jacopetti si veda: Franco Grattarola – “Il Candido Gualtiero” - da “Il Foglio Letterario” n.21 - Edizioni Il Foglio - Piombino, 2003
 
(2) La figura di Gualtiero Jacopetti è stata ricostruita sulla base del saggio critico di Franco Grattarola sopra citato.

(3) Stefano Loparco - Gualtiero Jacopetti - Graffi sul Mondo - Il Foglio Letterario Edizioni - Piombino, 2013
 

mercoledì 2 novembre 2016

La saga di Abbronzatissimi – Il ritorno della commedia balneare


La commedia balneare classica può essere considerata un’antecedente della commedia erotica, perché la spiaggia serve a mostrare attrici in bikini e situazioni comiche legate alle vacanze. Domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer, è il primo film a episodi a struttura intrecciata del cinema italiano, ambientato tra la spiaggia di Ostia e la città deserta.  La spiaggia (1954) di Alberto Lattuada - sceneggiato da Luigi Malerba, Rodolfo Sonego e Charles Spaak -  è ancora un film strutturato per storie parallele con la storia di Annamaria Montorsi (Martine Carol) che porta la figlia al mare come filo conduttore. La donna si finge vedova per evitare pettegolezzi, diventa amica del sindaco (Raf Vallone) del paese, ma alla fine un villeggiante (Carlo Romano) racconta la verità sul suo conto. Le signore borghesi snobbano con disprezzo la prostituta ma nel segreto delle loro case fanno cose peggiori. Annamaria, disperata, decide di accettare la protezione dell’uomo più ricco del paese (Carlo Bianco) e di colpo torna a essere stimata da tutti. 



Lattuada sviscera il tema dei vizi privati e pubbliche virtù che al tempo scandalizza non poco i solerti censori. Commedia balneare di costume abbastanza impegnata che simpatizza con gli emarginati e strizza l’occhio a una polemica antiborghese. La pellicola viene censurata e provoca discussioni in parlamento per colpa di una scena audace di Valeria Moriconi in bikini sotto la doccia. L’interpellanza è di un parlamentare democristiano che forse legge nella pellicola un messaggio vicino alle idee comuniste e un riferimento al caso Montesi. Sono molte le commedie balneari e cittadine girate con il meccanismo degli episodi incrociati, su tutte ricordiamo Racconti romani (1955) e Racconti d’estate (1955), ispirate a racconti di Alberto Moravia e sceneggiate da Amidei, Flaiano e Sonego. Regista Gianni Fanciolini, alle sue ultime prove d’autore. 



Altre commedie balneari sono vere e proprie pochade, interessanti perché anticipano il discorso sexy insistendo sulle epidermidi femminili e sui bikini in campo lungo. Sono film di vario tenore diretti da Giorgio Bianchi (Brevi amori a Palma di Majorca, Peccati d’estate), Marino Girolami (Ferragosto in bikini, Scandali al mare, Veneri al sole, Spiaggia libera), Camillo Mastrocinque (Diciottenni al sole), Mario Mattòli (Tipi da spiaggia), Giulio Petroni (Una domenica d’estate), Vittorio Sala (Costa Azzurra, I dongiovanni della Costa Azzurra, Il treno del sabato, Ischia operazione amore). Si tratta di piccole commedie che si assomigliano tutte, prive di spessore, senza temi impegnati, ma girate per divertire senza farsi problemi e per mostrare qualche bella ragazza in bikini. Non dimentichiamo Frenesia dell’estate (1963) un contenitore di episodi orchestrati sulla spiaggia di Viareggio da Luigi Zampa. 



Lo schema della commedia balneare è immutabile, sarà replicato fino ai giorni nostri da autori come Franco Citti (Casotto), Carlo Vanzina (Sapore di mare), Neri Parenti (Vacanze… d’ogni tipo) e Matteo Cerami (Tutti al mare): sottofondo di musica alla moda e una serie di vicende comico - erotiche più o meno intrecciate tra loro. In tempi recenti abbiamo avuto almeno tre filoni di commedie balneari, più o meno riuscite, quasi uno ogni dieci anni. La saga Sapore di mare, indimenticabile, dal capostipite vanziniano (1982), al numero due di Bruno Contini, fino al triste remake Sapore di te (2014), sempre dei Vanzina. La serie ambientata a Rimini, cinema a episodi di buona qualità: Rimini Rimini (1987) di Sergio Corbucci, replicato da Rimini Rimini - un anno dopo (1998) di Corbucci e Capitani. Infine i due Abbronzatissimi di Bruno Gaburro (1991 e 1993), intervallati da Saint Tropez - Saint Tropez (1992) di Castellano e Pipolo.



Abbronzatissimi 1 (1991) - Regia: Bruno Gaburro. Soggetto: Jerry Calà. Sceneggiatura: Castellano e Pipolo, Stefano Sudriè, Carlotta Ercolino. Fotografia: Sergio D’Offizi. Montaggio: Antonio Siciliano. Musiche: Riccardo Eberspacher. Scenografia: Enzo De Camillis. Costumi: Raffaele Fantasia. Produttore: Bruno Altissimi, Caludio Saraceni. Casa di Produzione: Penta Film, Maura International Film. Distribuzione: Penta Video, Medusa Video. Durata: 108’ (cinema e dvd) - 158’ (televisiva). Interpreti: Jerry Calà, Alba Parietti, Teo Teocoli, Mauro di Francesco, Franco Oppini, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Renato Cecchetto, Pier Maria Cecchini, Salvatore Marino, Guido Nicheli, Mariangela Giordano, Armando Ninchi, Monika Rebel, Sonia Grey, Enio Drovandi, Kim Van De Wint, Olinka Koster, Violaine Marie Bouloy, Clyde J. Barrett, Cristina Rinaldi, Rolanda Ravello, Valentine Demy, Carin McDonald, Aldo Ralli, Martina Colombari.



Un film a episodi che viaggiano ognuno per loro conto, come rette parallele, senza toccarsi mai, che hanno in comune soltanto l’ambientazione vacanziera, le spiagge di Rimini e Riccione, i locali alla moda e il Grand Hotel. Tipico film di Castellano e Pipolo, girato da un Gaburro in decadenza, ma che ritrova garbo e vigore in una commedia non molto nelle sue corde, ma che è invecchiata bene e si vede ancora con piacere. Tra l’altro esiste una versione tipo serie televisiva ante litteram da 158 minuti che a volte va in onda su Iris e che negli anni novanta abbiamo visto su TMC. In questi film la cosa importante è la colonna sonora alla moda, forse la cosa più costosa dell’intero prodotto: Can’t Take My Eyes off You di Glora Gaynor, Oh, Pretty Woman di Roy Orbison (che imperversa durante l’episodio con Eva Grimaldi prostituta dal cuore d’oro), Abbronzatissima di Edoardo Vianello (immancabile), ‘O scarrafone di Pino Daniele, La mia banda suona il rock di Ivano Fossati, Diavolo in me di Zucchero, Rocki’n Romance di Joy Salinas e You’re My Heart, You’re My Soul dei Modem Talking. 



Jerry Calà scrive il soggetto e si ritaglia il ruolo più importante, il filo conduttore della storia, come cantante di piano bar innamorato della bella Alba Parietti, moglie annoiata del padrone di un bagno. In tali panni Calà ci delizia come interprete di molte canzoni alla moda, mentre resta indimenticabile la sequenza del ballo sexy interpretata da Alba Parietti, che subito dopo raddoppia con un sensuale gelato che viene spalmato e leccato sul corpo del pianista. Calà è perseguitato da una fattucchiera brasiliana che gli fa maledizioni vudù a ripetizione, ritenendolo padre del suo bambino, mentre lui cerca di portarsi a letto la bella Parietti, promettendo di ucciderle il marito. Altra storia divertente vede gli squattrinati operai Teo Teocoli e Mauro Di Francesco fingersi ricchi clienti del Grand Hotel per accalappiare giovani turiste, ma com’è naturale ottengono solo problemi. 



Enio Drovandi è un truffatore di provincia perfetto nella parte del topo d’albergo, con la collaborazione di due ragazze compiacenti. Eva Grimaldi è una prostituta destinata a essere sfruttata anche quando incontra un compagno che pare dolce e innamorato come il finto cieco Franco Oppini. Nathalie Caldonazzo è una bella ragazza innamorata di un medico di colore (Salvatore Marino) che i genitori non vogliono come genero. Le storie portanti sono tutte qui. Finale a Cortina, si passa dal mare alla montagna, con Teocoli e Di Francesco che incontrano due ricche imprenditrici e si sistemano, Calà riesce a mangiare l’aragosta  (portarsi a letto la Parietti), la Grimaldi fa la solita vita con un nuovo compagno e la Caldonazzo si sposa il bel dottore, ma questo al mare, per lei non serve la trasferta montana.
Il film è ambientato a Riccione e in parte a Rimini, rispetta tutti i topoi della commedia balneare corretta in pochade e presenta qualche accenno di commedia sexy (Alba Parietti in alcune sequenze, ma anche la Grimaldi e la Caldonazzo), ormai molto stemperato. Film televisivo, per famiglie, di piacevole consumo, condito di battute e situazioni comiche che non invecchiano.



Abbronzatissimi 2 - un anno dopo (1993) - Regia: Bruno Gaburro. Soggetto: Carla Giulia Casalini. Sceneggiatura: Lucio Gaudino, Bruno Gaburro, Carla Giulia Casalini. Fotografia: Sandro D’Eva. Montaggio: Antonio Siciliano. Musiche: Roberto Eberspacher. Scenografia: Enzo De Camillis. Costumi: Raffaella Fantasia. Produttore: Mario e Vittorio Cecchi Gori, Bruno Altissimi. Casa di Produzione: Penta Film, Video Maura. Distribuzione: Penta, Cecchi Gori Home Video. Durata: 96’ (versione cinema), 137’ (integrale). Genere. Commedia balneare. Interpreti: Jerry Calà, Eva Grimaldi, Vanessa Gravina, Mauro Di Francesco, Pier Maria Cecchini, Franco Oppini, Maria Grazia Cucinotta, Valeria Marini, Renato Cecchetto, Marina Occhiena, George Hilton, Marco Modigliani, Fabrizio Cerusico, Barbara Cavallari, Philippe Boa, Carmen Di Pietro, Gabriella Barbuti, Gianfranco Manfredi, Anne Maj Montonen, Giusepe D’Aloja, Letizia Raco.



Bruno Gaburro ci riprova due anni dopo, ma senza Castellano e Pipolo, che intanto hanno girato in proprio un nuovo film balneare (Saint Tropez - Saint Tropez, 1992), di sicuro più efficace di questo stanco sequel, orfano di Teocoli e Parietti, rimpiazzati da una serie di giovani attori poco incisivi. Ma è la sceneggiatura non all’altezza della situazione che fa i danni maggiori, confezionando un contenitore di storie fiacco e poco appassionante. Jerry Calà ne esce meglio di tutti grazie alle innegabili doti comiche, nei panni di uno scrittore di successo in crisi con la moglie (Grimaldi), sempre a caccia di un editore. Per il resto citiamo Valeria Marini accanto a George Hilton, scambiato per il padre mentre si tratta del compagno, che alla fine viene lasciata libera di vivere la sua vita con i giovani. 



Franco Oppini è il direttore sessuomane del Grand Hotel, impegnato in una volgarissima scena di fellatio dietro la scrivania. Maria Grazia Cucinotta è una sottoutilizzata inserviente alla reception, mentre prova a intraprendere la carriera di attrice la bionda dei Ricchi e Poveri, Marina Occhiena, ma ne esce con le ossa rotte. Storie fiacche: una moglie separata (Gravina) e un marito (Di Francesco) che sono ancora innamorati, un laureato costretto a fare l’idraulico e il finto fidanzato (Cecchini), un marito scambista (Cecchetto) che cade in una serie di malintesi… Finali tutti prevedibili, totale assenza di erotismo e di suspense comica. Esiste anche una versione televisiva da 137 minuti di non facile reperibilità, ma vista la pochezza delle storie è più che sufficiente la versione cinematografica che fa rimpiangere non poco il primo capitolo della serie. Bruno Gaburro chiude con il cinema, ma visto il suo stile molto televisivo, continua a lavorare per il piccolo schermo: Come quando fuori piove (1998), Il cielo può attendere (2005), Prima della felicità (2010), Un angelo all’inferno (2012).



Il mio cinema, due volte a settimana lo trovi su Futuro Europa:http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca

domenica 30 ottobre 2016

Pensione amore serVizio completo (1979)


di Luigi Russo



Regia: Luigi Russo. Soggetto: Luigi Russo. Sceneggiatura: Luigi Russo, Ezio Passadore. Fotografia: Luigi Russo. Montaggio: Anita Cacciolati. Scenografia e Costumi: Gisella Longo, Ivana Manni. Direttore di Produzione: Manfredi Marzano. Operatore alla Macchina: Enzo Frattari. Fotografo di Scena: Gianni Caramanico. Musiche: Stelvio Cipriani. Edizioni Musicali: International Music. Produttore: Enzo Doria per T.R.A.C.. Distribuzione: T.E.I.. Teatri di Posa: Cinestudi Dear. Doppiaggio: S.A.S.. Negativo: Fujicolor. Sviluppo e Stampa: La Microstampa. Durata: 91’. Genere: Commedia Sexy. Interpreti: Christian Borromeo, Loredana (Lory) Del Santo, Anna Valentino, Giorgio Ardisson, Clara Colosimo, Ajita Wilson, Cha Landress, Marina Daunia, Angie Vibeker, Piero Mazzinghi, Cosimo Milone, Francesca Guidato, Marco Bonelli, Anna Valentino, Franco Bagagli.



Pensione amore serVizio completo di Luigi Russo (1979) comincia come una commedia scolastica, prosegue come un film da peccati in famiglia con protagonista un adolescente alle prese con i primi turbamenti sessuali, contaminando il settore sexy professioni, tra cameriere, domestiche e pensioncine equivoche. Si tratta del primo film che vede Lory Del Santo in un ruolo abbastanza importante - seconda nei titoli di testa - interpretato quando il suo personaggio televisivo non è ancora esploso. Lory si chiama ancora Loredana, non la conosce nessuno, insieme a lei c’è Christian Borromeo nei panni di Germano, un ragazzino superdotato che viene spedito alla pensione gestita dalla nonna (Clara Colosimo) dopo che il padre l’ha beccato a letto con la cameriera. L’incontro tra il ragazzo e la bella Loredana avviene proprio nella località di mare dove ha sede la pensione, ma si limita a una serie di sguardi e di sbirciate galeotte sul mare, mentre la seducente attrice esce dalle acque per andare in cabina. 



Subito dopo la pensione diventa una specie di bordello, perché la nonna comprende che il giovanotto ha ereditato la dote del nonno e pensa di usarla per combinare incontri tra il giovane e le signore del paese che vogliono provare il prezioso arnese. Il giovanotto se la fa pure con la cameriera Marina Daunia e la domestica Angie Vibeker, che minacciano di licenziarsi se non verranno lasciate libere di provare le doti del ragazzo. Tra i motivi d’interesse la presenza del transessuale Ajita Wilson in un ruolo piuttosto spinto, come moglie di un depravato Ardisson, che ama guardarla mentre fa l’amore con il ragazzino.


Il film capovolge alcune regole della commedia sexy, perché oggetto d’interesse erotico non è una giovane donna ma un quasi diciottenne superdotato. Vediamo abbiamo alcune sequenze nelle quali la cameriera Marina Daunia spia il ragazzino dal buco della serratura, infine apprezziamo una doccia e un bagno di un giovanissimo Christian Borromeo. Un film impensabile ai tempi nostri così politicamente corretti, perché il protagonista è minorenne e quello che viene fatto ai suoi danni si chiama pedofilia. Lory Del Santo torna proprio a fine pellicola per guarire il protagonista da una forma di impotenza sessuale da indigestione erotica, nonostante le potenti dosi di zabaione preparate dalla nonna. Memorabile la sequenza in riva al mare durante la quale la non ancora famosa showgirl si esibisce in una sorta di danza erotica e in un castigato strip, fino a interpretare una scena di sesso sulla battigia, che non vediamo perché coperta da una duna e dalla parola Fine.



Pensione amore serVizio completo non è un buon film, né da un punto di vista comico né da quello erotico, si tratta di un lavoro poco riuscito, una commedia sexy minore, girata con approssimazione e con stile da cinema hard. Fotografia sporca e anonima del regista, che fa quasi tutto da solo, visto che è responsabile in parte anche di soggetto e sceneggiatura. Il cinema italiano era davvero diverso negli anni Settanta se un simile prodotto può vantarsi di presentare una colonna sonora firmata da Stelvio Cipriani. Da notare che il sottotitolo è scritto proprio così: SerVizio, per sottolineare la parola vizio.



Luigi Russo (Sanremo, 1931) è regista prolifico e tuttofare, di buona competenza tecnica perché scrive, monta, dirige e fotografa quasi tutti i suoi film, ma non lascia certo opere memorabili. La sua produzione è quasi tutta erotica, ai limiti del porno, caratterizzata per rozze confezioni e storie piuttosto improbabili, raccontate a base di sceneggiature raffazzonate. Troviamo suoi film anche firmati con lo pseudonimo di John Wilder. rapida carrellata di titoli. I sette magnifici cornuti (1974) è un pessimo film a episodi girato con una fotografia da film hard e basato su sette soggetti di argomento erotico che faticano a strappare un sorriso. 



Tra le protagoniste femminili: Femi Benussi, Didi Perego e Paola Maialini. Morbosità (1974) vede impegnate Jenny Tamburi ed Eva Czemerys insieme a Gianni Macchia per un modesto erotico - provinciale ambientato a Modena. La nuora giovane è il film migliore di Luigi Russo ed è il più spinto interpretato da Simonetta Stefanelli che si cala nei panni di una bella nuora che fa innamorare Philippe Leroy. La bella e la bestia (1977) è soltanto un modesto film erotico, mentre Una bella governante di colore (1977) è una vera commedia sexy sulla falsariga di Malizia con la variante della cameriera nera (Ines Pellegrini). 



Luigi Russo abbandona la commedia sexy e gira un film come Porca società (1978), interpretato da Saverio Marconi e Mirella D’angelo, per tentare un discorso approfondito sulla società contemporanea. Tutto il resto è erotico, in alcuni casi ai limiti dell’hard, spesso in doppia versione per l’estero: Dolly il sesso biondo (1979), Pensione amore servizio completo (1979), Due gocce d’acqua salata (1982), Adamo ed Eva, la prima storia d’amore (1982), Le diaboliche (1989) e L’amante scomoda (1990). 


Il mio cinema, due volte a settimana lo trovi su Futuro Europa:
http://www.futuro-europa.it/dossier/cineteca

lunedì 24 ottobre 2016

La Rivista del Cinematografo e la mia Storia dell'Horror Italiano


La Rivista del Cinematografo di Ottobre 2016
(la più antica rivista di cinema italiano, dal 1928, parla di me)

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sabato 15 ottobre 2016

Il mio amico Tonino Valerii

di Ernesto Gastaldi



Quando superi gli 80 cammini con la testa all'indietro, per guardare gli amici che se ne sono andati o quelli che stanno per andarsene. Tonino Valerii, il mio più caro amico che ho avuto nel mondo del cinema è uno di questi. L’ho conosciuto nell’ottobre del 1955 al Centro Sperimentale di Cinematografia, eravamo entrambi stati ammessi al primo corso di regia e sceneggiatura. Era pallido, magro, con occhi celesti, appassionato ai grandi autori cinematografici da Dreyer a Lubitsch e agli allora contemporanei
Bergman, Visconti, Rossellini, DeSica e ai crescenti Fellini e Antonioni con il loro carico d’arte e di psicoanalisi, ma destinato invece a diventare uno dei più grandi registi del western italiano.
Dal 1955 al 1957 io e Tonino e gli altri nostri compagni vivemmo due anni pieni di eccitazione e di speranze sotto la guida in un grande come Alessandro Blasetti e di un bravo autore come Giorgio Prosperi, ma anche con una borsa di studio e un pasto gratuito in mensa.


Finita la scuola, gettati per strada, dovemmo cercare ognuno la nostra via. Per me furono anni di fame, per Tonino no, il padre gli pagava una pensione pasti inclusi e così la domenica mi invitava per un vero pasto completo, con la padrona di casa, la sora Giggia, che mi si metteva dietro la mia sedia a mani giunte, esclamando incredula “ma quanto magni fijo bello”: mangiavo per tutta la settimana a venire.
Poi io e Tonino cominciammo a ingranare: qualche soggetto venduto, le prime sceneggiature per filmetti commerciali modesti, lavori condivisi, sceneggiature scritte in una notte in un continuo zampillare di battute esilaranti e canzoncine di accompagno mentre le nostri giovani mogli (eh sì, c’eravamo sposati entrambi) ci portavano dozzine di caffè.


Poi io diressi il mio primo film, Libido, e lui seguì col suo primo western, Per il gusto di uccidere. Ormai la nostra strada era professionalmente segnata: io avrei scritto dozzine di thriller e lui diretto capolavori western.
Io affittai un attico in via Nemorense 39 da Ettore Scola e Tonino venne ad abitare al 31, io comprai un bicamere al Circeo in un villino e lui comprò l’appartamento accanto.
Un'amicizia che diventò simbiosi di due famiglie e che, come frutti eccellenti, partorì I giorni dell'Ira, Una ragione per vivere e una per morire, Il prezzo del potere e Il mio nome è Nessuno.


Tonino era un abruzzese buongustaio e io un piemontese amante del buon vino, entrambi montanari, però lui era anche un grande cuoco e spesso nelle estati circeiane scendeva nel giardino con un pacco di spaghetti sotto il braccio per farci dei sughi clamorosi.
In età già avanzata, costretto a una dieta per il diabete, mi raccontava di sognare spesso di alzarsi dal letto coniugale per infilarsi in una garçonnière... per cucinarsi un colossale piatto di spaghetti all'amatriciana!
Gli regalai una targa Er mejo cuoco der monno è il reggista Valer seconno. Valer Secondo perché teneva molto alle due i del suo cognome VALERII.


Tonino non amava che andassi sul set mentre girava, forse una forma di timidezza perché lo chiamavano maestro, del resto in quel periodo d'oro per il nostro cinema commerciale io non avevo molto tempo per andare sui set dei film che scrivevo al ritmo di mezza dozzina all'anno.
Nella vita il caso gioca una parte importante e anche nelle carriere dei registi si diverte a fare la sua parte: I giorni dell'Ira nacque come un piccolo film, coproduzione con la Germania, produzione degli indimenticabili fratelli Sansone: era la storia di un ragazzino che si metteva a servizio di uno spietato pistolero e alla fine uccideva il suo maestro obbedendo alle regole che gli aveva insegnato.
Si partiva da un soggettino scritto da un amico biellese, Renzo Genta, e la sceneggiatura scritta a quattro mani con Tonino divenne una storia appassionante che interessò l'allora grande divo Giuliano Gemma che ragazzino non era più, ma si adattò a ritornarlo e lo spietato pistolero ci arrivò da Sergio Leone con il volto meraviglioso di Lee Van Cleef.


Con questo cast non era più un filmetto ma un filmone ma il regista rimase il quasi esordiente Tonino. E fu subito gloria di incassi e di vendite in ogni Paese del mondo. Il destino western di Tonino era segnato e quando Sergio Leone per Il mio Nome è Nessuno licenziò il regista Michele Lupo per una incomprensione sulla sceneggiatura, io feci a Sergio il nome di Tonino che gli aveva fatto da aiuto nel film Per qualche dollaro in più. “Cotto e mangiato” come usava dire all'epoca e il grande Tonino si trovò dirigere Henry Fonda nelle pianure americane. Un impegno tremendo, sapendo che a Roma Sergio Leone guardava i giornalieri, ossia le scene che Tonino stava girando negli States. Henry Fonda si rese conto del carico che gravava sulle spalle di Tonino che aveva qualche problema a dirgli di ripetere una scena non riuscita bene, lo prese in disparte e gli disse che doveva trattarlo come l'ultima delle comparse e liberarsi dal timore reverenziale, sia nei suoi confronti che in quelli di Sergio. Grande Henry!
Io seguivo l'andamento delle riprese dal mare, mi ero comprato un barca a vela e ricevevo spesso radiotelefonate da Sergio su dettagli del copione via via che Tonino girava le scene.


Il film stava crescendo e si capiva che era un capolavoro nel suo genere. Riuscì tanto bene che in una conversazione telefonica di Leone con Spielberg questi gli disse che il suo più bel film era... Il mio nome è nessuno! Da quel momento Sergio cominciò a lasciare intendere che effettivamente ci aveva messo lo zampino: questo fece soffrire moltissimo l'amico Tonino che aveva permesso a Sergio di girare un paio di scene in Spagna perché il film era in ritardo, si trattava di due scenette minori e neppure delle meglio riuscite.
Ormai Tonino Valerii non aveva messo solo Beauregard nei libri di Storia ma anche il proprio nome in quella del cinema mondiale.
Scherzando, spesso ci dicevamo che non esistono storie a lieto fine perché se si continuano si scoprirà che il Principe Azzurro muore di cancro alla prostata e la Bella Principessa di Alzheimer quindi il trucco sta nello smettere di raccontare al momento giusto. Purtroppo nella vita non si può fermare il tempo e tutto arriva alla fine.


Così il 13 0ttobre 2016 è morto il mio più grande amico nel mondo del cinema, il grande regista TONINO VALERII. Lui era nato a maggio del 1934, io a settembre. I funerali si terranno il giorno 15 nella cappella della Sacra Famiglia in largo Respighi Ottorino 6, zona Camilluccia (evitate l’omonimia con Ciampino...).
Abbiamo condiviso un lungo tratto di vita, dai venti agli 80 anni e abbiamo lavorato insieme a molti film, ma per quel che più conta è stata la salda calda amicizia. Quando finiva di girare un film e cercava il prossimo ero solito a incitarlo ridendo: Corri,Tonino, corri!, ora mi è corso avanti, presto conto di raggiungerlo.



Ernesto Gastaldi


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